Un percorso verso l’integrazione, per restituire continuità alla propria storia. Un processo in cui difesa, consapevolezza e accettazione si alternano, per rafforzare la capacità di vivere il presente con maggiore sicurezza e autenticità.
L’intervento clinico sul trauma deve necessariamente tenere presente la complessità biografica che ciascun vissuto traumatico porta con sé.
Per questo, numerosi approcci internazionali – tra cui le linee guida dell’ISTSS (International Society for Traumatic Stress Studies) – propongono un modello terapeutico trifasico (stabilizzazione – elaborazione – integrazione), valido per affrontare sia i traumi episodici che quelli complessi.
Il lavoro terapeutico, pur seguendo un filo di progressione tra ciascuna fase, non è necessariamente lineare ma può, a seconda delle esigenze del paziente, ripercorrere e integrare ricorsivamente elementi già affrontati.
“Superare” il trauma significa avviare e percorrere un processo in cui difesa, consapevolezza e accettazione si alternano, verso un’integrazione in cui la persona possa ritrovare sicurezza, voce, libertà e senso.
In questa fase si lavora per agevolare un senso di sicurezza interna e relazionale, essenziale per poter affrontare i vissuti traumatici.
Attraverso la relazione terapeutica, si promuove la regolazione delle emozioni, si sviluppano risorse personali e si ristabilisce una base fisiologica più stabile.
Questa fase può articolarsi su tempistiche e strumenti differenziati, integrando anche tecniche ed interventi come:
Quando la relazione terapeutica ha strutturato un’adeguata finestra di tolleranza (ossia la capacità di attraversare i territori del trauma senza la disregolazione incontrollata del funzionamento difensivo), il lavoro di elaborazione delle memorie traumatiche diventa più sostenibile.
L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) insieme alla PE (Prolongued Exposure – Esposizione Prolungata) sono riconosciuti come alcuni tra i trattamenti più efficaci per il Disturbo da Stress Post-Traumatico (PTSD) e altre condizioni legate a eventi traumatici.
La loro efficacia è stata validata da numerose linee guida internazionali.
Queste raccomandazioni si basano su evidenze scientifiche solide, tra cui numerose meta-analisi che ne confermano l’efficacia nel ridurre i sintomi post-traumatici.
Il percorso prosegue verso l’obiettivo di integrare l’esperienza, restituendo continuità alla narrazione personale e rafforzando la capacità di vivere il presente con maggiore coerenza e autenticità.
Non si tratta di perseguire un’utopica e tuttavia impossibile “rimozione del passato”, ma di ricostruire un senso di sé più solido e resiliente, capace di collocare anche il vissuto di ciò che è stato e non sarebbe dovuto essere.
Il funzionamento della persona dopo l’esposizione a eventi potenzialmente traumatici può variare in base alla modalità di esposizione e alla natura dell’evento.
In presenza di eventi episodici in età adulta, i sintomi possono rientrare con maggiore frequenza in un funzionamento post-traumatico “ordinario”, che include:
In caso di episodi ripetuti e prolungati nel tempo, specie all’interno di relazioni significative e in fasi precoci dello sviluppo, si osservano quadri più complessi che interessano in modo più profondo il senso di sé, facilitando l’espressione di un livello di funzionamento borderline nella persona. In questi casi:
Si parla in queste circostanze, come sottolineato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, di una vera e propria frattura identitaria che dà forma a un trauma complesso.
Al di fuori della necessaria individuazione di dinamiche causali e fattori oggettivi in valutazioni a carattere medico-legale o forense, un trauma non può definirsi solo in base alla gravità oggettiva dell’evento (come un incidente, una violenza, una catastrofe), ma anche – e soprattutto – da come la persona coinvolta fa esperienza di quell’evento.
La capacità di affrontare e integrare le esperienze avverse dipende da molti fattori:
Ciascuna esperienza traumatica, in questo senso, diventa un tessuto biografico: si intreccia e prende forma nella storia, nelle relazioni, nelle aspettative e nel contesto sociale di chi la vive.
Possiamo quindi considerare come traumatiche quelle esperienze che, andando oltre la capacità di regolazione emotiva, cognitiva e fisiologica che una persona riesce ad esprimere in un particolare momento, lasciano una traccia persistente nella memoria, nei sistemi di significato e di risposta neurobiologica della stessa.
In questo senso, non basta un’etichetta diagnostica per comprendere davvero ciò che una persona vive dopo un’esperienza potenzialmente traumatica.
Aumento del bilanciamento autonomico, incremento della capacità antinfiammatoria, miglioramento del tono vagale
Riduzione dell’attività mentale ruminativa, miglioramento della centratura e della resilienza
Incremento dell’attività parasimpatica, ottimizzazione dello scambio gassoso e della regolazione vagale
Migliore capacità di regolazione emozionale (working memory training)
Progressiva desensibilizzazione del ricordo da esperienza travolgente a contenuto sostenibile, attraverso il doppio focus e la stimolazione bilaterale
Ripristina l'accesso agli stati di sicurezza, attraverso micro-esperienze ricorrenti che sfruttano la plasticità sintattica