Come intervenire davanti ai segni che le conseguenze di conflitti bellici di diversa natura possono lasciare sulle persone coinvolte? Che strumenti abbiamo per gestire la disregolazione che si manifesta (e che potrebbe trasmettersi poi nelle generazioni successive se non si interviene) nel vissuto e nelle appartenenze di chi li ha subiti? Se le condizioni post traumatiche sono il risultato dell’interazione tra più fattori (predisposizioni personali, contesto sociale, caratteristiche evento, fase del ciclo di vita), parlare di “prevenzione” di fronte all’impatto di determinati eventi può avere senso?
Queste le domande al centro dell’intervento del Dott. Paolo Trabucco Aurilio al Congresso Internazionale 2025 della SIPPR – Società Italiana di Psicologia e Psicoterapia Relazionale, focalizzato sulle applicazioni cliniche della Terapia Relazionale contemporanea.
Le risposte a queste domande provengono da premesse teoriche di modelli diversi ma è nella relazione, ed in particolare nei suoi presupposti analogici, che ritroviamo la strada per accompagnare il viaggio di “ritorno” di chi cerca di attraversare quello che è un territorio di passaggio.
Ma cosa c’è alla base di un funzionamento post traumatico più o meno clinicamente significativo?
Il Neurovisceral Integration Model insieme alla più nota Teoria Polivagale suggeriscono come il bilanciamento tra coordinate di base del funzionamento interpersonale (difesa e ingaggio sociale), emerga da una piattaforma di connessioni neuroviscerali ricorsive dove l’interfaccia volto, cervello, cuore e polmoni gioca un ruolo fondamentale.
Le conseguenze del trauma sulla fisiologia umana sono eterogenee: dalla disregolazione del controllo top-down prefrontale alla compromissione funzionale dell’ippocampo, fino all’iperattivazione dell’amigdala e alla disfunzione dell’asse HPA.
Tra queste manifestazioni, troviamo come la disregolazione del funzionamento difensivo a seguito di traumi (in particolare quelli fattore umano) comporti, tra gli altri effetti, una “fisiologica” compromissione della modulazione vagale cardiaca e una conseguente riduzione dei segnali di sicurezza enterocettiva percepiti.
Tale compromissione si accompagna ad una riduzione della capacità di utilizzare in modo funzionale (emettendo e ricevendo) il repertorio comunicativo analogico per un ingaggio sociale efficace, con una minore sensibilità ai segnali di sicurezza relazionale.
È interessante notare come “chiusura” relazionale e “chiusura” dei ritmi di funzionamento del nostro cuore si rincorrano.
Questa correlazione trova un punto di connessione in un parametro psicofisiologico che un’ampia letteratura scientifica identifica ormai come marcatore indiretto del tono vagale cardiaco, ossia la variabilità della frequenza cardiaca (Heart Rate Variability – HRV).
Attraverso diverse modalità di misurazione (spettro d’onda o dominio temporale) la HRV può mostrarci importanti informazioni sul livello di funzionamento della persona (adattamento individuale, capacità antinfiammatoria sistemica, recupero psicofisico, gestione delle emozioni, ingaggio sociale).
La “chiusura” del nostro cuore diventa allora non più solo una metafora, ma un vero e proprio marcatore di funzionamento relazionale misurabile, indicandoci l’elemento cardine attorno a cui ruota e si mantiene la sofferenza, ossia l’incapacità sistematica del soggetto di sentirsi al sicuro in tutti i frangenti della propria quotidianità ed in particolare nella propria dimensione relazionale (anche laddove le contingenze glielo consentirebbero).
Da queste premesse si muove allora la strutturazione di un modello di intervento complesso che, prima ancora di affrontare l’elaborazione (che corre a volte il rischio di essere fraintesa come aspetto monadico del lavoro sul trauma), andrà quindi a ricostruire le possibilità di autoregolazione compromesse del paziente, secondo un modello trifasico, sottolineato da diverse linee guida internazionali, in cui i passaggi del percorso terapeutico (stabilizzazione, elaborazione ed integrazione) si succedono in una sequenza non necessariamente lineare.
Per rendersi concreto in un contesto in cui la capacità di utilizzare il modulo numerico (verbale) appare compromessa, il lavoro di stabilizzazione del paziente si articola primariamente attraverso la dimensione analogica, utilizzata per promuovere attenzione, consapevolezza e auto-modulazione.
E, tenendo a mente l’indice di variabilità cardiaca a cui abbiamo accennato, a questo punto possiamo chiederci se è possibile intervenire direttamente su questa radice del funzionamento autonomico per facilitare questo passaggio.
La manipolazione sistematica del pattern respiratorio ha effetti diretti sulla HRV, incrementandone la variabilità in modalità misurabili in diversa misura.
Di conseguenza, lavorare sulla biochimica, la biomeccanica e la psicofisiologia del respiro consente di muovere il funzionamento autonomico del paziente (con la sua capacità analogica) e insieme a questo la possibilità di sicurezza relazionale percepita.
Riscoprire insieme al terapeuta il proprio corpo nel respiro e con il respiro stesso progressivamente riappropriarsene, diventa allora il primo passo per accedere alla propria dimensione emotiva senza doverla necessariamente agire o negare.
Il lavoro sul respiro diventa una parentesi per potersi confrontare in “sicurezza” anche con quei segnali di pericolo che il corpo continua a trasmettere.
Il ruolo del terapeuta in questa fase si rivolge non solo a guidare il paziente nella (spesso dolorosa) riscoperta del proprio Sé autonomico, ma allo stesso tempo a garantire lo sviluppo di una finestra di tolleranza all’interno della quale rendere sostenibile e funzionale il processo clinico.
Questa finestra costruisce le sue premesse nell’analogico della relazione terapeutica e sulla capacità del terapeuta stesso di entrare in contatto prima di tutto con gli aspetti difensivi impliciti del proprio Sé.
Da questa maggiore capacità del soggetto si arriva progressivamente all’elaborazione del vissuto, attraverso l’integrazione di tecniche di riprocessazione vere e proprie (EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing, PE – Prolongued Exposure) che non si esauriscono in una ricerca dell’“abreazione a tutti i costi”, ma tengono primariamente conto del livello di funzionamento del paziente.
In questo processo ricorsivo tra necessità di stabilizzazione ed esigenze di attraversamento, il bivio che porta all’integrazione è segnalato dalla maggiore capacità dell’individuo di entrare in contatto con la narrazione autonomica del trauma, senza scavallare la soglia del funzionamento difensivo.
Questa capacità, espressione di una migliore attivazione dei centri di controllo prefrontale e dei meccanismi di freno vagale, rende il soggetto più ricettivo agli input di natura logico-verbale, favorendo una più efficace ridefinizione della narrativa del trauma, agevolandone l’integrazione in quella identitaria del paziente, rafforzando in questo modo la capacità di vivere il presente con maggiore coerenza e autenticità.
Infine, se prendiamo in considerazione persone che non sono ancora state esposte a esperienze di natura traumatica, la possibilità di “allenare” la flessibilità autonomica ci suggerisce che è forse possibile agire in modo concreto anche su alcuni dei fattori di protezione da cui si può esprimere (o meno) una condizione post traumatica clinica, rispondendo a una delle domande da cui siamo partiti.
In questo senso (in particolare se pensiamo a determinate popolazioni di personale maggiormente esposto a condizioni e/o contesti potenzialmente traumatici), prevenire (o quanto meno mitigare) gli esiti negativi dell’eventuale impatto di un evento traumatico forse è possibile… e, se possibile, probabilmente è anche doveroso.
Il lavoro sul trauma è spesso una strada di ritorno da un territorio di “guerra”, il cui compito più difficile è forse quello di accettare che la destinazione verso cui ci si muove non sarà mai esattamente la stessa che siamo stati costretti a lasciare.